11 ottobre 2017

L’Eremitismo Basiliano

La vita monastica porta i religiosi a cercare l’isolamento, la fuga ed il rifugio in contesti e luoghi inaccessibili. Essa prevedeva la coesistenza di una bios practicos (vita attiva) e di una bios teoreticon (vita contemplativa), che trovava pratica nel modo di vivere l’esperienza eremitica, che veniva sovente interrotta da momenti cenobitici. Lo stesso eremita è a volte un fuoriuscito dal cenobio, che, sotto l’autorità dell’egumeno (capo della comunità religiosa), ottiene il permesso di condurre vista ascetica e solitaria. Il cibo era quello che la natura offriva spontaneamente; l’acqua quella che discendeva dalle montagne; per coprirsi si usavano pelli di animali, che s’indossavano fino alla loro consunzione. Questo metodo di vita era accompagnato da lunghe veglie, da lunghe meditazioni e frequentissime macerazioni del corpo, secondo la prassi orientale.
Se l’eremita sceglie grotte ed antri naturali in cui sistemare un umile giaciglio ed un piccolo altare – in osservanza alla tradizione orientale della Cappadocia e delle Meteore – il cenobita s’insedia in un vero e proprio oratorio, aperto al culto dei laici e custodito da più monaci, che poco si distingue dalla laura, con la quale condivide la cappella o la chiesa-cripta, luogo di ritrovo e di preghiera comune. Si tratta di realtà architettoniche spesso di modeste dimensioni, ma ricche di valore storico, costituendo testimonianza, delle tradizioni tipologico-costruttive di quei secoli. Il lavoro dei campi è considerato il più adatto per avvicinarsi a Dio: i monaci stessi dissodano e coltivano il terreno. Ben presto il cenobio diviene una vera e propria comunità autonoma, organizzata gerarchicamente ed economicamente indipendente, dotata di mulini, saline e capace di attrarre a sé manodopera civile. Col passare del tempo, i monasteri assumono privilegi fiscali ed un patrimonio in continua crescita grazie alle donazioni.