11 ottobre 2017

Ascesa e declino economico

I basiliani scelsero per i loro insediamenti monastici in Calabria siti montani e pedemontani, non solo per l’isolamento che assicurava ascetismo, ma anche per motivi economici. Qui i terreni erano più facilmente e direttamente trasferibili in concessione dal demanio. Vi era poi la possibilità di sfruttare le immense risorse di cui le montagne erano dispensiere: i pascoli per le greggi, il legname per gli usi più svariati, la pece estratta dal pino laricio. Il monachesimo poteva inoltre contare sulla tanta manodopera a basso costo costituita da villici, boscaioli, piciari e pastori, la cui disponibilità era assicurata da un’indigenza popolare assai generalizzata.

Giuseppe Brasacchio (1977) afferma: “l’economia dei [monasteri], basata essenzialmente sulla pastorizia e sull’agricoltura, esigeva un centro che si trovasse tra l’altopiano … e le marine, e cioè nel baricentro delle attività pastorali ed agricole”. Per lo Stato la ricaduta erano plusvalenze che si concretizzavano in: bonifica e cura del territorio, rilancio economico dell’area, capacità di assolvere al pagamento delle tasse, emancipazione cultural e professionale delle popolazioni locali (Pratesi, 1958). I grandi cenobi, insomma, assunsero anche l’aspetto di vere e proprie aziende che per la cura e la bonifica dei territori oggetto di donazioni mobilitavano nuclei di manodopera, si prestavano a diffondere le loro competenze, esercitavano un’organizzazione di tipo laboratoriale sufficientemente redditizia.

Si deve ai basiliani, ad esempio, la progressiva e prepotente introduzione della coltivazione dell’olivo, a spese della viticoltura che fino ad allora occupava tutte le aree coltivabili, anche quelle in cui il sole compariva di rado. Come i feudatari, i monaci divennero ben presto ugualmente voraci nell’acquisizione di beni, considerato che per la conquista delle terre e per la riaffermazione dei possedimenti sono state riscontrate in diversi studi storici falsificazioni largamente documentate di bolle e altri carteggi.

Tra la fine del ’200 e gli inizi del ‘300, però vengono meno le motivazioni, soprattutto economiche e sociali, che avevano indotto i regnanti a dare forza ai cenobi. Al contempo, la popolazione locale aveva oramai raggiunto una maggiore maturità che si traduceva nell’esigenza di coltivare per loro stessi la terra. A tutto questo si aggiunga la creazione dell’istituto della “commenda”. La Chiesa pretendeva un terzo delle rendite del cenobio, ma un altro terzo ora era destinato all’abate commendatario, spesso estraneo al monastero. Venne meno così, il supporto economico e vennero meno anche le vocazioni. Gli stessi monasteri non venivano più curati e il numero dei religiosi si assottigliò sempre più. Era il tramonto dei grandi cenobi monastici.